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Racconti Erotici > Gay & Bisex > Marina di Carrara 11/08/26
Gay & Bisex

Marina di Carrara 11/08/26


di cazzobonsai69
12.08.2026    |    1.962    |    7 9.3
"Poi si rilassò mentre spalmavo il gel attorno all’orifizio con movimenti circolari..."
MARINA DI CARRARA - STORIA VERA
11 Agosto 2026

L’ascensore odorava di salsedine e di chiuso, un miscuglio che mi si appiccicava addosso mentre salivo al quinto piano. Marina di Carrara, Agosto, l’afa che ti incolla la camicia alla schiena. Non ricordavo nemmeno più da quante settimane non rispondevo a un annuncio su un sito d’incontri per incontrare un ragazzo. Ma la curiosità, quella mattina, aveva fatto il resto. E le palle piene, certo. Piene di una tensione che mi pulsava fin dentro le cosce a ogni passo.

Il pianerottolo era silenzioso. La porta si aprì prima che suonassi.

«Marco?»

La voce era giovanile, limpida, con un’inflessione emiliana che addolciva le consonanti. Francesco mi strinse la mano con un sorriso largo, senza ombra d’imbarazzo. Pantaloncini corti, canottiera smanicata. La pelle era ambrata, ancora calda di sole. I capelli mori gli cadevano sulle spalle in ciocche disordinate.

«Entra, accomodati. Stavo giusto preparando qualcosa da bere.»

L’appartamento era luminoso, arredato con il buon gusto anonimo delle case al mare in affitto. Dalla terrazza a vetrate si intravedevano le luci del porto. Mi accomodai su una sedia in vimini mentre lui versava due bicchieri di bianco frizzante.

«Sei di Parma, giusto?»

«Sì, qui in vacanza dai miei. Sono arrivato ieri.»

Lo osservavo con curiosità. Fisico asciutto, spalle sottili, pancia piatta. E sotto la canottiera, un accenno di addominali che si disegnavano netti a ogni movimento. Vent’anni. Un corpo ancora da adolescente, ma già scolpito da qualche sport.

Il cellulare squillò dal tavolino. Lui lo afferrò, lesse il nome sul display e mi fece cenno di scusarmi.

«Pronto? Sì, Paola, tutto bene… No, sono a casa… Domani? Domani pomeriggio ci vediamo alla spiaggia libera, quella dei ........»

Poche parole, un saluto sbrigativo. Riagganciò con un sorriso imbarazzato.

«La mia ragazza,» spiegò, quasi a giustificarsi. «È di qui, di Carrara.»

Una fitta di gelosia mi attraversò, irrazionale e immediata. «Bella?»

Lui rise. «Guarda tu stesso.»

Prese il telefono e iniziò a scorrere foto. Paola in costume intero, blu scuro, sulla sabbia. Paola con un pareo annodato sui fianchi, la schiena nuda. Paola in intimo, reggiseno di pizzo nero, gli occhi socchiusi verso l’obiettivo.

Il mio cazzetto diede un sussulto. Otto centimetri scarsi, lo sapevo fin troppo bene. Ma in quel momento lo sentivo gonfio, teso contro la patta dei jeans, umido sulla punta. Mi aggiustai la posizione sulla sedia, cercando di mascherare l’imbarazzo.

«Hai altre foto?» La voce mi uscì roca. «Voglio dire… più intime?»

Francesco mi guardò per un istante, poi sorrise. «Intendi nuda?»

Annuii.

Senza smettere di sorridere, aprì una cartella nascosta nel telefono. La prima immagine era lei inginocchiata davanti a lui. La luce era calda, forse una lampada da comodino. Paola aveva le labbra attorno al suo cazzo. Lungo, sottile, con una curvatura inconfondibile che lo faceva sembrare un amo. Sul display, il glande le premeva contro una guancia da dentro la bocca.

«Cristo…»

Lui fece scorrere un breve video di pochi secondi. Lei succhiava, si staccava, sorrideva. Una risata soffocata. Poi di nuovo giù.

Sentii il mio cazzetto contrarsi ancora. Quasi doloroso, adesso. Pulsava. Doveva vedersi anche da fuori, perché Francesco posò lo sguardo proprio lì e allungò la mano.

«Ti va di entrare?»

Lo seguii in casa senza rispondere. Il divano era ampio, di velluto chiaro. Mi fece sedere. Poi si chinò su di me. Le sue mani trovarono la cintura con sicurezza, la slacciarono, abbassarono la zip. Non dissi nulla. Lasciai fare.

Nascosto nelle mutande, il mio cazzetto era un grumo duro. Pelle arrossata, prepuzio già ritratto. Francesco mi spinse contro lo schienale e abbassò l’elastico con un gesto lento. Il contrasto era imbarazzante e magnifico insieme: il mio sesso corto, tozzo, e il suo corpo affusolato che si muoveva con grazia.

Si sfilò la canottiera. Poi i pantaloncini. Nudo, era un disegno a carboncino: spalle strette, torace esile, vita sottile, e sotto, quel cazzo. Lungo e fine, la curvatura verso l’alto così marcata che il glande quasi sfiorava l’ombelico. Le natiche erano piccole, compatte, sode come me le ero immaginate.

Si inginocchiò tra le mie gambe. La bocca si chiuse attorno al mio cazzetto con una delicatezza inaspettata. Calore, saliva, lingua. Movimenti lenti, quasi assaporasse ogni centimetro. Mi guardava dal basso, gli occhi scuri puntati nei miei.

«Sei bravo…» mormorai.

Lui sorrise senza staccarsi. Poi la lingua scivolò più giù, sulle palle. Me le prese in bocca una alla volta, succhiando piano, leccando la pelle tesa. Un brivido mi corse dal perineo alla schiena. Il mio cazzetto era durissimo, sollevato a novanta gradi, la punta lucida.

Sul tavolino basso davanti al divano notai tre oggetti allineati con cura: un flacone di lubrificante anale, una confezione di fazzoletti di carta, e due preservativi ancora nel loro involucro argentato.

Lo guardai. Lui seguì il mio sguardo, poi tornò a fissarmi.

«Hai già pensato a tutto, vedo.»

«Non si sa mai,» rispose con un mezzo sorriso.

Gli accarezzai la nuca. «Mettiti a pecorina.»

Obbedì senza esitare. Si sistemò sul tappeto davanti al divano, le ginocchia aperte, il busto appoggiato sul pavimento, le braccia distese. Il culo in alto, offerto come un frutto. Le natiche serrate, la schiena scavata da una lieve lordosi, la nuca scoperta sotto i capelli sparsi.

Mi inginocchiai dietro di lui. Versai il lubrificante sul medio e sull’indice e li passai tra le sue chiappe. Il muscolo era rosa, chiuso, appena raggrinzito. Al primo contatto, Francesco sussultò. Poi si rilassò mentre spalmavo il gel attorno all’orifizio con movimenti circolari.

«Piano,» sussurrò. «È solo la seconda volta.»

«La seconda?»

«Sì. La prima è stata con Paola. Aveva un dildo, ma non era…»

La voce si spense in un gemito leggero mentre il mio dito scivolava dentro di un centimetro. Calore compatto. Attesi. Poi lo ritrassi.

Presi il preservativo dal tavolino e lo aprii. Il lattice si srotolò facilmente lungo il mio cazzetto, aderentissimo. Otto centimetri scarsi, protetti da quella guaina trasparente. Ma mi sentivo d’acciaio.

Appoggiai il glande contro il suo buco. Le mani sulle sue spalle, la presa salda sulle clavicole.

«Rilassati,» dissi.

Inspirò. Poi, mentre espirava, lo tirai indietro per le spalle e spinsi in avanti con i fianchi in un unico movimento secco.

Entrai dentro di colpo. Tutto.

Un urlo. Breve, secco, quasi un latrato. La schiena di Francesco si inarcò all’indietro, la testa rovesciata, i capelli a cascata sulle scapole contratte. Le sue mani graffiarono il tappeto. Riusciva a malapena a reggersi, figuriamoci a stare fermo.

Lo tenni così. Immobile. Sentivo il mio cazzetto completamente sepolto, avvolto da quel calore stretto che pulsava attorno a ogni centimetro di carne. Le sue natiche premevano contro il mio pube. Gocce di sudore mi scendevano lungo le tempie.

«Fermo…» rantolò.

«Fermo, sì.»

Restai dentro senza muovermi per un tempo che non so misurare. Forse dieci secondi. Forse un minuto. Il suo corpo tremava, poi gradualmente si allentò. Il respiro si fece meno affannoso. Le dita smisero di artigliare il tappeto.

Allora iniziai a muovermi.

Movimenti brevi, misurati, senza mai arretrare del tutto. Lo stantuffo era quasi impercettibile all’inizio: un avanzare e arretrare di un centimetro, due, poi tre. Dentro e fuori con un ritmo acquatico. Il lubrificante faceva un rumore di risucchio a ogni colpo. Francesco emise un gemito sommesso, e poi un altro, e poi cominciò a seguirmi. Spingeva indietro il bacino con piccoli scatti. Sapeva muoversi. Maledettamente bene.

Il suo cazzo lungo e curvo penzolava sotto la pancia, oscillando. Sembrava un pendolo.

Sfilai il mio cazzetto con una lentezza deliberata, assaporando il risucchio dell’orifizio che mi tratteneva. Tolsi il preservativo, lo gettai nel fazzoletto accanto al divano. Poi mi sedetti.

«Vieni qui.»

Lui si voltò, i capelli incollati alla fronte madida. La bocca socchiusa. Si avvicinò gattoni. Senza bisogno di altre parole, chinò la testa e mi prese di nuovo in bocca. Niente lattice, adesso. Solo pelle e saliva e lingua. Il suo sapore mescolato al mio, al lubrificante, a qualcosa di salino.

Allungai la mano verso il suo cazzo. Lo afferrai a metà asta. Sottile. Incredibilmente sottile, con quella curvatura a uncino che mi riempiva il palmo. La pelle era morbida ma tesa. Lo strinsi quanto bastava e iniziai a segarlo lentamente. Su e giù seguendo l’arco innaturale della sua erezione.

Lui mugolò contro il mio cazzetto senza smettere di succhiare.

Accelerai il ritmo della mano. Pollice sul frenulo, dita attorno all’asta. Quella forma incurvata era ipnotica. Scorreva dentro la mia presa come un animale vivo. Sentivo il suo polso battere sotto la pelle.

Il mio orgasmo arrivò senza preavviso. Un contrazione secca, poi un’altra. La sborra gli riempì la bocca all’improvviso e lui la inghiottì con un colpo di gola, senza staccarsi.

E poi fu il suo turno.

Un fremito. Le cosce gli tremarono. E tra le mie dita, il suo cazzo curvato verso il cielo esplose. Lo sperma schizzò a fiotti irregolari sul dorso della mia mano, tra le nocche, sul mio polso.....
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